Il calabrese per tutti. Lezione 9

peperoncini calabresiNovembre è il mese in cui in Calabria, e in tutte le regioni del sud d'Italia, si raccolgono le olive.

Ohhh...l'ulivo, una pianta meravigliosa! Dai frutti preziosi, dal legno pregiato, sempreverde, longeva, mai intaccata dai tarli e elevata a simbolo della pace nella Bibbia.

E che si può chiedere di più ad un vegetale?

Che prema le olive da solo per darci l'olio?

Tutti sanno che nella regione più eccelsa della nostra penisola gli ulivi sono i più belli e fruttificano meglio, e i calabresi, abilissimi in ogni attività in cui si cimentano, affrontano il raccolto magistralmente, con un contorno invidiabile di allegria e tecniche raffinate che nessuno può eguagliare. Secondo fonti documentate, infatti, la presenza dell'ulivo, importato dall'Asia Minore già nell'VIII sec. a.C. in queste terre fortunate, e l'enorme sviluppo e la diffusione di questa coltura antichissima, fanno dei calabresi dei veri maestri nella produzione dell'olio.

In Calabria, sono presenti 3 oli D.O.P.: “Bruzio”, “Lametia”, “Alto Crotonese” con caratteristiche diverse e regolamentate da specifici disciplinari. A questi si dovrebbe aggiungere un quarto olio, che non ha ancora ottenuto la denominazione per invidia degli altri tre, le cui fasi di produzione sono a questo punto giustamente tenute segrete e la cui resa è talmente ristretta da essere considerato molto più di un prodotto di nicchia, ad esclusivo consumo di chi l'ha estratto e il cui assaggio è riservato a pochissimi eletti extracalabrocomunitari, anche perchè la sua superiore bontà e qualità provoca dipendenza, anche solo per un piccolo quantitativo, e scene di isteria e disperazione in chi sa che non ne potrà più beneficiare. Questa perla di olio è prodotta dalla famiglia dell'amica A..

Ora, gli studenti che seguono queste lezioni con costanza sanno che gli argomenti da trattare in questa sede sono sempre ispirati dalle paturnie del momento della calabrese purosangue che, all'incirca con cadenza quindicinale, assume un'espressione addolorata, le pose di una diva del cinema muto, che per un nonnulla si appendeva alla tenda per sottineare il suo stato di prostrazione o soffriva con una mano rovesciata sulla fronte, e si aggira come una sonnambula nelle scale del condominio.

I motivi della sua afflizione sono, di volta in volta, diversi, ma sempre legati alla sua terra e stavolta il non poter raccogliere le olive di casa sua, è stato insopportabile per lei. Qualche giorno fa, infatti, la filosofa Ros l'ha incontrata e, grazie al suo infallibile intuito, ha capito che qualcosa turbava la sua amica.

"Dimmi, mia cara A., che ti è successo?" le ha chiesto premurosa.

"Novembri i solitu esti u misi di morti ma, pe mia, esti nu misi chi mi ricorda atti cosi chjiù belli, pecchì quandu era cotrara picciula, subito dopu i morti, si ncignavanu agl'ivi..." ha risposto la donna con la zazzera.

"Oh, cara, mi dispiace, mi sembra di cogliere una nota di profonda nostalgia nelle incomprensibili parole che pronunci...e io non vorrei mai che...". La calabrese, infischiandosene di quello che la sua amica tentava di dirle per consolarla, tirando su con il naso e sospirando in modo vistoso, ha proseguito sull'onda delle rimembranze, come se dinanzi a sè non ci fosse nessuno.

"Ed eccu ca si 'ncignavanu u si coccijanu i glivari i terra, pecchì poi 'ndavenu u si lampranu i riti; a nonna mia 'ndi facia u picciu ca volia agl'ivi morti, pemmu i calija o suli, pecchì poi 'ndavenu u si frijinu a Natali cu baccalà. Na vota lamprati i riti, l'omani 'nchianavanu supa all'alberu e 'ncignavanu u rrimazzanu ca percia; quandi finenu, si cogghievanu i riti e aglivi si mentenu nte cascetti, e si portavanu a casa u si pulizzanu. Siccomu 'nzemi aglivi cadenu puru i fraschi, a nuatti cotraregli 'ndi mentenu davanti a sti fraschi cogghjiuti a munzellu e 'ndi facenu mi scrambamu. U jocu era cu facia chiù i ll'atti... U bellu i sta fatiga era u fattu ca stu lavuru non si facia mai suli, ma si cogghienu vicini e parenti, e quandu si lavurava, i nonni 'ndi cuntavanu u cuntu da guerra o quandu eranu cotrarelli illi” la giovane donna ha stretto un fazzoletto con le due mani e ha guardato fisso dinanzi a sè, con occhio vitreo, e ha proseguito come in trance “e i fimmani cantavanu i canzuni, canzuni chi si cantavanu puru quandu scurava e si tornava a casa, pecchì glià 'ndavenu u si pulizzanu aglivi arrimazzati e si mentevu a rota cu crivu. Chigli si ca eranu tempi, ora 'mbeci u crivu esti 'mpendutu o muru e nuglu chiù 'nci canta 'ntornu”.

Traduzione, con osservazioni e commenti:

“Novembre di solito è il mese dedicato ai morti ma, nella mia mente, lo si ricollega ad eventi piacevoli, perché quando ero una bimba tra gli otto e i dieci anni, subito dopo i morti, iniziava la raccolta delle olive...” (N.d.A.: il siparietto di cui sopra è tipico delle persone giù di corda, che si vogliono solo sfogare, non avere una conversazione, e dare il via ad un lungo monologo deprimente, da arricchire con sospiri, fremiti delle mani e occhio languido, senza filare nemmeno di striscio chi sta di fronte ad ascoltarli).

“Ecco che il primo passo era quello di raccogliere le olive mature cadute a terra, perché dopo bisognava ricoprire il terreno con teli di rete; mia nonna iniziava una litania giacché, nel raccoglierle, si doveva fare attenzione a scegliere quelle completamente nere, per seccarle un pò al sole, conservarle per il Natale e friggerle con il baccalà (N.d.A.: la filosofa Ros non ha mai dubitato, nemmeno per un istante, che le olive sfuggite al frantoio finissero in una padella, perchè il ricorso alla frittura nelle cucine calabresi è una costante irrinunciabile). Una volta stesi i teli, gli uomini salivano sugli alberi, ed iniziavano a far cadere i frutti con un lungo bastone di legno che si restingeva sempre più all'estremità; quando terminavano, si ritiravano i teli ed il raccolto si metteva in ceste, che si portavano a casa per essere pulite. Siccome assieme ai frutti cadevano anche dei piccoli rametti con olive attaccate, a noi ragazzini ci facevano sedere davanti a questi mucchi di ramoscelli e ce li facevano ripulire dal frutto. Il gioco era a chi ne faceva di più... Il bello di tutto ciò era che il lavoro non veniva mai fatto da soli, ma ci si riuniva con vicini e parenti, e mentre si lavorava, i nonni ci raccontavano le loro storie di guerra o di quando loro erano ragazzi" ... "e le donne cantavano le canzoni della tradizione popolare, canzoni che si continuavano a cantare anche quando faceva buio e si rientrava a casa (N.d.A.: il calabrese canta di continuo, mentre cammina, mentre lavora allo sportello di una Banca, quando assiste un malato, etc.. Un po' come il napoletano, che mangia solo spaghetti e suona tutto il giorno il mandolino), perchè bisognava ripulire le olive fatte cadere sulle reti e ci si metteva a ruota con in mano un setaccio a trame larghe, dal quale cadevano le foglie e i rametti piccoli di albero ma non le olive. Quelli si che erano bei tempi, ora invece il setaccio è appeso al muro e nessuno più gli canta intorno”.

Pronunciata l'ultima frase, l'amica A., con un lamento straziante e ininterrotto, è rientrata in casa e ha sbattuto la porta dietro di lei, per alleviare le sue pene con un intero vasetto di marmellata di peperoncini, da mangiare a cucchiaiate.

Che credete? Sono solo gli extracalabrocomunitari che ricorrono alla banale Nutella....

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