Il calabrese per tutti. Lezione 11

peperoncini calabresiIl fine settimana ros-sastro è stato all'insegna del relax e del piacere. Grande dormita, faccende domestiche condotte con lentezza, passeggiata con il marito M. e due liete occasioni.

La prima è stata quella ribattezzata "festa dello svezzamento". Il nipotino/pulcino L. ha gustato la sua prima pappa e il suo primo omogeneizzato di frutta, gusto pera.

Dopo il primo cucchiaino, documentato con un video e un servizio fotografico degno di una sposa, il pargoletto ha strabuzzato gli occhi e ha sputacchiato. La zia, guardando la sbobba biancastra nel piattino, ha convenuto con il nipote. Ma la fame ha avuto il sopravvento!

In pochi minuti il bebè ha fatto fuori sia la crema di riso che la frutta. Gli spettatori lo hanno sovraeccitato con canzoncine e applausi; lui ha riso di gusto, con la bocca sdentata grondante pappina, poi stufato, ha cominciato a spernacchiare e a contorcersi sul seggiolone per essere liberato; indi si è sottoposto di buon grado ad un lavaggio accurato fin dietro le orecchie e si è schiantato nella culla per il sonno del giusto. Il nipotino/pulcino ha capito tanto delle gioie della vita.

Il pomeriggio gli affiatati coniugi lo hanno trascorso con gli amici calabresi con chiacchiere e giochi di società. Dopo il Capodanno i 4 ci hanno preso gusto! Alle 18, complice un'ardente brace nel camino, i due padroni di casa hanno deciso che la filosofa Ros e suo marito non sarebbero andati via per cena. Salsicce calabresi alla brace e formaggio a fette spesse, messe ad arrostire sulla graticola, non si potevano rifiutare. Inutile dire che le salsicce non erano state acquistate ma preparate dalla mamma dell'amica A. e inviate alla figlia, assieme a un carico di derrate alimentari da fare paura.

Quale occasione migliore per una lezione di calabrese soft, dopo le vacanze natalizie?

La professoressa con la zazzera ha afferrato una salsiccia e ha declamato nella lingua dei padri:

"gennaiu i solitu esti u misi chi s'ammazza u porcu. E tempi di nonni nosti era na festa e si 'mbitavanu parenti amici e u vicinatu, non sulu u si fatiga tutti 'nzemi ma puru u si mangia e pemmu si tagghjia, dicimulu puru. U lavuru era spartutu tra masculi e fimmani. I masculi facenu u lavuru "bruttu", mazzavanu u porcu e u spartenu, i fimmani lavuravanu a carni e cucinavanu limbi i pruppetti nto sugu e carni. Cu quartu avanti si facenu i sarzizza e cu chigliu arretu i supprezzati. Si spartenu u buccalaru, i pancetti e du filettu si facenu i capicolla e chi restatini si facenu i "frittuli", si mentenu tutti sti cosi 'nta cardara cu grassu e si cucinavanu supa i vrasi pe armenu 15-16 uri. Chigliu chi non si mangiava si pojava 'nta cortaretta ca sajimi pemmu si mangia duranti u 'mbernu. Eccu pecchì si dici: cu si marita è cuntentu nu jornu, cu mmazza u porcu è cuntentu pe n'annu".

Traduzione, intervallata dagli svenimenti ros-sastri:

"gennaio di solito è il mese in cui si uccide il maiale. Ai tempi dei nostri nonni era una festa e si invitavano parenti, amici e l'intero vicinato, non solo per lavorare tutti insieme ma anche per mangiare e per spettegolare, diciamolo pure. Il lavoro era diviso tra uomini e donne. Gli uomini facevano il lavoro "sporco" cioè uccidevano il maiale e lo sezionavano (N.d.A.: la Ros a questo punto si è rallegrata che l'amica si fosse distratta non scendendo in dettagli sanguinari. E meno male che lei era accomodata sul divano, altrimenti sarebbe crollata a terra priva di sensi!), le donne lavoravano la carne e cucinavano ciotole enormi di terracotta di polpette al sugo e carne. Con la parte anteriore si facevano le salsicce e con la parte posteriore le soppressate. Si divideva il guanciale, la pancetta e dal filetto i capicolli e con quel che rimaneva, ossia cotenne, interiora ed ossa, si facevano "i frittuli" (N.d.A.: a queste parole la Ros è decisamente collassata. Dopo aver annusato i sali, ha sopportato con coraggio la spiegazione di questo piatto tipico calabrese, somigliante ai "ciccioli" napoletani, che lei non riesce nemmeno a guardare attraverso un vetro), si mettevano tutte queste cose in una grossa pentola di rame insieme al grasso del maiale e si facevano cuocere sulla brace per almeno 15-16 ore. Quello che non si riusciva a mangiare fresco lo si deponeva in piccole anfore ripiene di grasso per poi consumarlo nel resto dell'inverno (N.d.A.: il grasso ha la funzione di conservare gli alimenti come si fa con il sale. Secondo voi, in Calabria, terra di prodotti leggeri e salutari, si poteva mai ricorrere al sale anziché al grasso?). Da quì il detto popolare che dice: chi si sposa è contento un giorno, chi uccide il maiale è contento tutto l'anno".

"Adesso...tutti a tavola e guai a chi lascia qualcosa nel piatto!", ha gridato l'amica A., sbattendo l'ultima salsiccia sulla brace rovente.

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