La chiave di Sara

La chiave di SaraAnche se con il ritardo di un giorno, la filosofa Ros desidera postare comunque un suo pensiero sulla commemorazione delle vittime del Nazismo e in onore di chi ha rischiato la propria vita per salvare dallo sterminio qualche perseguitato ebreo. Questa ricorrenza è celebrata ogni anno il 27 gennaio, giornata in cui le truppe sovietiche entrarono e sgombrarono il campo di concentramento di Auschwitz.

Il suo contributo la Ros vuole fornirlo attraverso l'accenno ad un bellissimo film, visto qualche settimana fa con suo marito, La chiave di Sara, tratto dall'omonimo romanzo di Tatiana de Rosnay.

La storia si svolge su due piani paralleli, quello contemporaneo della giornalista Julia, americana residente in Francia con il marito francese, che per il suo giornale conduce un'inchiesta sul rastrellamento del Velodromo d'Inverno, il luogo dove vennero stipati migliaia di ebrei parigini nel luglio del 1942, prima di essere deportati nei campi di concentramento, e quello di Sara Starzynski, una bambina di dieci anni che, sperando di salvare il suo fratellino dai raid dei gendarmi nazisti, lo nasconde in un armadio a muro di casa, portando con sè la chiave.

La famiglia di Julia sta per trasferirsi in un appartamento del quartiere Marais, a Parigi, dove i nonni del marito avevano vissuto fino al mese di agosto del 1942. Durante le sue ricerche per il servizio, Julia scopre che in quella casa aveva abitato la famiglia Starzynski ma, mentre i genitori risultavano morti ad Auschwitz, non c'era alcuna traccia dei figli Michel e Sara.

Certa che Sara sia sopravvissuta allo sterminio, Julia ne segue le tracce, fino a scoprire che la ragazzina, dopo una sosta nel campo di transito di Beaune-la Rolande, era riuscita a scappare ed era stata salvata da una famiglia di contadini, i Dufaure. La giornalista riesce a ricostruire le tappe della sua vita, interrogando persone che l'avevano conosciuta, e nel prosieguo della storia alcune vicende familiari di Julia si intersecheranno con la vicenda di questa bambina.

La Ros non vi dirà il seguito nè il finale del film, consigliandovi caldamente di vederlo, ma vi vuole semplicemente riferire due osservazioni che le sono venute in mente durante la visione e che l'hanno costantemente tormentata ogni qual volta, nei suoi anni di studio, prima al liceo poi all'università, ha dovuto affrontare quell'incomprensibile e spaventoso progetto di morte che è stato l'Olocausto.

cimitero ebraico a PragaHitler era un folle, un esaltato ed evidentemente abile affabulatore. Questo è ormai un dato di fatto, una certezza. Come vanno giudicati però tutti coloro che lo hanno appoggiato nei suoi piani criminali? Erano vigliacchi, deboli o erano persone consapevoli di commettere, in nome di un pazzo razzista, degli abomini, come assistere e consentire esperimenti atroci su altri esseri viventi, omicidi, crudeltà fisiche e psicologiche, quali strappare via bimbi piccoli alla propria madre, per poi vederli spegnere per la fame, il freddo, le sevizie o in una camera a gas. Questi individui, che hanno armato la loro mano, avevano anch'essi figli, fratelli, genitori. Come hanno potuto perdere la ragione o l'umanità? Si deve pensare ad una follia collettiva o ad un soffocamento del giudizio e della coscienza?

Nel film la bambina vive con il solo pensiero di ritornare nella casa dove i nazisti hanno prelevato lei e i suoi genitori per liberare il fratellino. La chiave di quell'armadio è per lei l'oggetto più prezioso che ha e condiziona tutta la sua esistenza. Spesso un peso che portiamo nel cuore è più pesante di qualunque fardello, un pensiero che ci ossessiona non lascia spazio ad alcun altro pensiero. Ecco che ci si interroga sui macigni che ogni sopravvissuto ha portato dentro di sè per tutta la propria vita. Una parola non detta, un rimorso, piccolo o grande, un vuoto, un ricordo straziante, legami spezzati. Con quale dolore hanno continuato a vivere queste povere anime?

La filosofa Ros, alcuni anni fa, ha visitato il vecchio cimitero ebraico della città di Praga. Una distesa di lapidi, sovrapposte l'una all'altra, senza ritratti, perchè la religione ebraica li vieta, ma solo simboli, per indicare una qualità o la professione esercitata in vita dal defunto. Ma di chi? Le lapidi sono più di 12.000 ma pare che oltre 100.000 ebrei sono stati seppelliti in quello spazio, che non poteva estendersi oltre le mura, e che siano ben 9 gli strati delle susseguenti sepolture.

In una sala annessa al cimitero sono esposti i disegni e le lettere di tanti bambini, trovati nella valigia di una maestra che, nel campo di concentramento, aveva continuato ad insegnare e a cercare di far credere a quelle creature innocenti che ci fosse ancora un cielo azzurro da poter guardare nel loro futuro, al di fuori di quelle mura spinate. Nessuno di quei bambini ha rivisto i genitori, non ci sono stati più nè azzurro, nè rosa, nè colori, nessuno di loro ha avuto un futuro in quella vita.

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